Il vampiro di Brooklyn

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L’Uomo grigio, il Lupo mannaro di Wysteria, il Vampiro di Brooklyn e Il Maniaco della Luna. Anche questo serial killer vantava i peggiori soprannomi a causa della sua terribile reputazione. Stiamo parlando di Albert Fish, assassino seriale attivo nel XX secolo e tristemente famoso per l’efferatezza dei suoi crimini (torturava, uccideva e mangiava bambini) e per i suoi innumerevoli disturbi sessuali, di cui molti sconosciuti fino a quel momento (ad esempio l’abitudine di infilarsi gli aghi nel corpo).
Nel 1910, Fish commmette la sua prima aggressione letale verso Thomas Bedden e a questa segue intorno al 1919 l’accoltellamento di un ragazzo disabile a Georgetown. Ma è nel 1928 che compie il suo più famoso delitto: dopo essersi presentato a casa dei Budd con l’intento di ucciderne il figlio che cercava lavoro, Fish incontra invece la sorellina di dieci anni del ragazzo e cambia obiettivo. Convince i genitori della bambina a lasciarla a lui con la promessa di portarla a una festa di compleanno con altri bambini e poi di riportarla a casa per le nove. Inutile dire che nessuno dei due tornerà mai a casa Budd.
Fish scrive anche una lettera indirizzata alla madre della bambina raccontando nel dettaglio il suo delitto e la sua perversione: “[…]La portai in una casa vuota a Westchester che avevo già scelto. Quando arrivammo lì, le dissi di rimanere fuori. Si mise a raccogliere fiori di campo. Andai al piano di sopra e mi strappai tutti i vestiti di dosso […] Quando tutto fu pronto andai alla finestra e la chiamai. Allora mi nascosi in un ripostiglio fino a che non fu nella stanza. Quando mi vide tutto nudo cominciò a piangere e provò a correre giù per le scale […] Per prima cosa la spogliai. Lei scalciava, mordeva e graffiava. La soffocai fino ad ucciderla, poi la tagliai in piccoli pezzi così avrei potuto portare la mia carne a casa. La cucinai e la mangiai. Come era dolce e tenero il suo piccolo sedere, arrostito nel forno. Mi ci vollero nove giorni per mangiarne l’intero corpo […] Morì vergine.”
Grazie a quella terribile lettera però, la polizia riesce a risalire a Fish e ad arrestarlo.
In carcere, Fish si vantò di aver molestato oltre 400 bambini e di averne uccisi più di 100, quasi tutti afroamericani. Descrisse inoltre con dovizia di particolari molti di questi omicidi, come quello di Francis MacDonnell, rapito nel giugno del 1924 mentre giocava nel giardino di casa. Il suo corpo fu trovato in un bosco: era stato picchiato violentemente e strangolato con le sue stesse bretelle, dopo essere stato denudato. Non provando alcun rimorso, Fish descrisse come avesse prelevato dal suo corpo le orecchie e il naso, per mangiarle, e di come le avesse gustate una volta arrivato a casa, cocendole in pentola con carote, cipolle, sale e pepe, e arricchendo il tutto con un po’ di bacon. 
Fish soffriva anche di una grave forma di masochismo.

Era solito conficcarsi aghi nelle parti intime e a volte non riusciva più a tirarli via. Nel suo corpo furono trovati ben ventinove aghi di varia lunghezza.
Durante il processo si cercò di dimostrare la sua infermità mentale, ma egli fu ugualmente condannato a morte mediante sedia elettrica.
Il sedici gennaio del 1936 la pena fu eseguita.
Albert Fish aiutò i suoi carcerieri a stringere le fibbie della sedia, ed esclamò che la scossa suprema era l’unica cosa che non avesse ancora provato.

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