La prima, vera pagina dedicata alla fotografia e alle storie nascoste dietro di essa

Non aprite quella porta: Ed Gein

 

Psyco, Non aprite quella porta, Il silenzio degli innocenti.
Sono solo film, ma se vi dicessi che tutti si ispirano alla storia di Ed Gein?
In America gli anni cinquanta sono ricordati con particolare nostalgia, perché a quel tempo erano in molti ad essere convinti che vi fossero tutte le premesse giuste per realizzare il sogno americano di ogni cittadino.
Forse fu proprio a causa di quell’immagine utopistica di società spensierata, che gli eventi di Plainfield apparvero ancor più terribili.

La casa di Gein fotografata nel 1957.

Già, ma cosa accadde a Plainfield nel 1957, e chi era Edward Theodore Gein, l’uomo capace di distruggere quel mondo di felice illusione e speranza?
Cresciuto in un contesto difficile, con un padre violento e alcolizzato e una madre fanatica religiosa, Gein cresce isolato dagli altri bambini e ragazzi e con l’idea inculcata dalla madre che l’altro sesso non sia che uno strumento del diavolo mandato in terra a rovinare gli uomini.
Questo principio, insieme al concetto del sesso accettato solo come strumento di procreazione, lo portano a sviluppare una sua idea dello sviluppo sessuale e delle donne in generale piuttosto deviata.
A 10 anni Gein prova  l’ebbrezza del suo primo orgasmo, ma non con una ragazza o durante un rapporto, bensì mentre i genitori macellano un maiale.

A 21 è totalmente sotto il controllo maniacale della madre che fa promettere a Gein e al fratello Henry di
rimanere vergini per tutta la vita.
E’ alla morte del padre che Henry inizia a discostarsi dal potere materno fino ad arrivare ad infrangere la
promessa di castità. Nel 1944 però, il ragazzo muore durante un incendio alla fattoria. Nonostante sia evidente il forte trauma subito alla testa da Henry, la polizia dichiare la morte per asfissia accorsa mentre il giovane cercava di domare le fiamme.
Non ci è dato sapere se il fratello Henry sia la prima vittima di Ed Gein, magari punito per non aver rispettato il volere della madre, ma è indubbio il mistero dietro alla sua morte.
Ritrovatosi solo con la madre, Gein continua il suo rapporto di totale dipendenza da essa, prendendosene cura dopo che questa rimane invalida a causa di un ictus.
Lo stato mentale di Gein, già compromesso durante l’infanzia, subisce un tracollo con la morte della madre, figura idolatrata e allo stesso tempo tanto odiata, unico filo che preservava la sanità mentale dell’uomo. Dopo la sua scomparsa infatti inizia a profanare tombe per sottrarre resti umani con l’intento di “riciclarli” e di farne nuovi oggetti. Ad esempio, con ossa di tibia si costruisce i piedi di un tavolino da caffé, mentre la parte superiore di un cranio di bambino viene trasformata in scodella per il brodo.

Tra i numerosi manufatti poi una cintura costituita interamente da capezzoli femminili, un tamburo di pelle umana, vasi contenenti nasi sotto
spirito, una poltrona con braccia al posto dei braccioli, un letto decorato con teschi e, il pezzo forte della collezione, un vestito fatto interamente ed esclusivamente di pelle umana.

Ma ben presto i cadaveri non bastano più.

La mattina del 17 novembre 1957 Gein si reca in ferramenta per comprare una latta d’olio. Trova invece un fucile che usa per sparare un colpo alla nuca della proprietaria. Quando il figlio della donna si reca presso il negozio, trova solo il registratore di cassa aperto e delle macchie di sangue sul pavimento. L’ultimo scontrino emesso è proprio quello di una latta d’olio.

Il figlio della commessa fa subito il nome di Gein, visto mentre bazzicava intorno al negozio e la polizia si reca alla fattoria per arrestarlo. La squadra che entra in casa di Gein scopre uno degli spettacoli più raccapriccianti mai visti.

La proprietaria dell’emporio è decapitata, appesa per le caviglie ed aperta in due a partire dalla vagina. La carcassa è vestita come un cervo e la procedura usata per scuoiarla è la stessa che si usa per un animale.
Perquisendo l’abitazione, tra le montagne di immondizia e rifiuti, la polizia ritrova i cimeli funebri costruiti dopo la
morte della madre di Gein e un pezzo di una donna scomparsa mesi prima sulla quale Gein stesso scherzava davanti a tutti ammettendo, tra la noncuranza generale, di nasconderla a casa sua. L’unica stanza pulita e curata è quella della madre, ulteriore prova dell’insana ossessione che l’uomo ha per la donna.

Arrestato, Gein confessa, oltre l’omicidio, anche di aver violato 18 tombe, per lo più di donne di mezza età capaci di ricordargli la madre, ma di non aver mai consumato rapporti sessuali con i cadaveri a causa del cattivo odore. Ammette inoltre di avere sempre agito in stato di tranche e di aver provato il forte desiderio di cambiare sesso dopo la morte della madre. Sono in tanti a pensare che il saccheggio di parti di cadaveri servisse a fabbricare il suo personale abito femminile con cui assomigliare alla madre (Psyco, Il silenzio degli innocenti.. Notate una certa somiglianza?).

All’epoca la definizione di serial killer non è stata ancora coniata, e il caso Gein è una novità assoluta in fatto di crimini. Nulla del genere si è mai visto prima e la gente sembra quasi più sconvolta dalle mutilazioni dei cadaveri e dalle profanazioni di tombe piuttosto che dagli omicidi.
Durante il processo Gein viene giudicato incapace di intendere e di volere e la sua dichiarazione “Non ho mai
ucciso un cervo” spaventa i vicini che hanno spesso consumato carne di cervo regalata da Gein. Con molta probabilità, i generosi regali di Gein erano in realtà carne umana.

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