L’infibulazione femminile

Nel 1995, la ventunenne Stephanie Welsh arrivò in Kenya per iniziare uno stage di un anno con il Daily Nation, un giornale di Nairobi. In Kenya la mutilazione genitale femminile era illegale, ma ancora diffusa e praticata per cui Stephanie decise di approfondire questa usanza. Si addentrò nel Kenya più rurale per vivere due settimane nella famiglia di una ragazza sedicenne in procinto di sottoporsi alla mutilazione.
Il rituale fu straziante: in una capanna di sterco e paglia, diedero alla ragazza una bevanda di latte e sangue, per poi iniziare a tagliarne le carni. La giovane urlava disperata, mentre il sangue colava sul pavimento di fango.
Il reportage di Stephanie Welsh venne pubblicato, seppur molto censurato, da una dozzina di quotidiani americani mettendo il mondo a conoscenza di questa barbara pratica.
Ad oggi, la mutilazione genitale femminile è considerata come una forma di persecuzione, eppure continua ad essere messa in pratica e ogni anno, circa 2 milioni di ragazze vengono mutilate, spesso con rasoi o addirittura pezzi di vetro.
Strettamente legata al concetto di onore e castità, è una pratica supportata in primis dalle stesse donne che spesso costringono le figlie a sottoporsi alla mutilazione.
La foto ritrae la giovane, appena mutilata, mentre cerca di osservare le ferite che le sono state inferte, ed è la meno cruda della serie.
Dopo l’esperienza, Stephanie Welsh rinunciò alla sua carriera da fotografa per diventare un’ostetrica ed aiutare sul campo queste donne.

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