Il massacro di Monaco

Ad un evento come le Olimpiadi, non si possono che associare immagini di gioia, festeggiamenti, sacrifici e talento in un’esplosione di sport e sportività tra tutti i popoli della terra.

Colpisce ancora di più quindi, sapere che nel 1972, a Monaco di Baviera, qualcuno volle sporcare di sangue un momento di festa come le Olimpiadi.

Tutto nasce dalla pubblicazione di una notizia: nonostante quelli in Germania siano i giochi più ricchi di atleti fino ad allora, pare che il Comitato Olimpico Internazionale non abbia nemmeno degnato di una risposta la richiesta avanzata dalla Federazione Giovanile della Palestina di poter partecipare con una propria delegazione.

E’ allora che alcuni membri del gruppo terroristico Settembre Nero, decidono di prendere parte alle competizioni a modo loro.

Il piano, organizzato nei minimi dettagli, può avvalersi anche del bassissimo livello di sicurezza, appositamente voluto per mantenere l’atmosfera informale e gioiosa.

Sono le 4 del mattino del 5 settembre 1972 quando 8 terroristi penetrano nel villaggio olimpico, addirittura aiutati da un gruppo di atleti, che non si erano resi conto di ciò che stava per accadere.

I terroristi entrano quindi senza difficoltà nella palazzina degli atleti israeliani: a dispetto dei propositi iniziali di non usare le armi se non per difesa, due atleti vengono uccisi nei primi minuti  (Moshe Weinberg, allenatore di lotta greco-romana, e Yossef Romano, specializzato nel sollevamento pesi, che avevano tentato di fermarli). Alla fine dello scontro, sono 9 gli atleti israeliani sequestrati.
Alle 5 del mattino hanno inizio le trattative: i terroristi, con due fogli di carta lanciati dal balcone e raccolti da un poliziotto tedesco, chiedono la liberazione di 234 palestinesi prigionieri nelle carceri israeliane e di due terroristi tedeschi, e pretendono tre aerei per lasciare la Germania. La scadenza dell’ultimatum viene fissata per quattro ore dopo, alle 9:00 del mattino, con la minaccia di uccidere un ostaggio per ogni ora di ritardo.

Il ministro israeliano rifiuta qualsiasi trattativa, mentre il cancelliere tedesco inizia un lungo dialogo con i terroristi che rimandano di ora in ora l’ultimatum, consapevoli così di raggiungere l’attenzione dell’opinione pubblica grazie alla copertura mediatica.

Nel frattempo, nonostante la notizia sia ormai stata diffusa in tutto il mondo, il programma olimpico procede senza interruzioni.

Poco prima delle 17:00, i terroristi avanzano una nuova richiesta: essere trasferiti insieme agli ostaggi al Cairo. In serata si arriva quindi alla decisione di far salire i sequestratori e gli ostaggi su due elicotteri diretti all’aeroporto, dove un Boeing li avrebbe poi condotti al Cairo. Sono le 22:10.L’atmosfera a bordo degli elicotteri è incredibilmente rilassata, con ostaggi e sequestratori che dialogano serenamente, sicuri di una soluzione positiva.

Il viaggio dura una ventina di minuti, ovvero il tempo utile a predisporre una trappola in aeroporto. La Germania tuttavia non dispone di una squadra speciale antiterrorismo e le uniche forze dispiegate sono composte da 5 agenti, con l’unica particolarità di dilettarsi nel tiro a segno. Nessuno di loro ha ricevuto una formazione adeguata come tiratore di precisione, nessuno di loro dispone di elmetti, visori notturni o giubbotti anti-proiettili, nessuno di loro sa dove sono posizionati i colleghi (un agente si posiziona addirittura sulla linea di tiro degli altri).Una volta atterrati gli elicotteri, i terroristi controllano come prima cosa l’aereo destinato a portarli al Cairo ma, trovandolo vuoto, capiscono di trovarsi in una trappola. Le luci si accendono a giorno e si apre uno scontro a fuoco.

La sparatoria dura per un’ora intera, favorita dalla totale mancanza di organizzazione delle forze armate tedesche che mandano i rinforzi in aeroporti sbagliati o atterrano a un km di distanza dal punto dello scontro.

A mezzanotte e 4 minuti, quando finalmente alla base aerea arrivano i veicoli corazzati tedeschi, i terroristi, senza ormai via di scampo, prendono la drammatica decisione di uccidere gli ostaggi, rimasti legati sugli elicotteri sotto il fuoco incrociato.

Alla fine dell’inferno, tutti gli atleti hanno perso la vita, insieme a cinque degli otto terroristi e a un poliziotto tedesco.

Le Olimpiadi continuano, dopo una solo giornata di stop durante la quale si organizza una commemorazione.

I corpi dei terroristi uccisi vengono riportati in Siria, dove sono accolti con gli onori militari.

I tre terroristi superstiti invece, sono incarcerati in Germania fino al 29 ottobre, quando un altro commando dirotta un volo della Lufthansa e chiede la liberazione dei tre, che sono scarcerati e portati anch’essi in Siria, dove li aspettano onori e riconoscimenti.

Il 2 dicembre 2015, dopo 43 anni dal massacro, l’avvocato delle vedove degli atleti riceve alcuni scatti che documentano nel dettaglio il sequestro degli sportivi: sono immagini fortissime, dove per la prima volta si prova che gli ostaggi siano stati vittime di pestaggi violenti e torture; in particolare a Yossef Roman fu castrato, violentato e lasciato poi morire sotto gli occhi dei compagni di squadra come monito a non ribellarsi. Su richiesta delle vedove, le foto non saranno mai rese pubbliche.

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