Il caso dei fratelli Menendez

Il 20 agosto 1989, José e Mary Menedez vengono ritrovati in una pozza di sangue nella loro lussuosa villa di Beverly Hills. L’arma del delitto è un fucile a pompa e l’aggressore, o gli aggressori, ha massacrato di colpi la coppia, sparando da vicino alla testa e al volto delle vittime e persino alle ginocchia di entrambi.

Ma facciamo un passo indietro.

José Menendez è l’incarnazione del sogno americano: emigrato da Cuba quando aveva 16 anni, in pochissimo tempo passa da essere un lavapiatti a scalare i vertici di numerose aziende fino a diventare il vice presidente esecutivo di una casa cinematografica. A soli 19 anni sposa Mary Louise “Kitty” Andersen e nel 1968 nasce Lyle, il primo figlio della coppia, seguito nel 1970 da Erik. José non fa mancare nulla ai due bambini, ma li sottopone costantemente a una grandissima pressione: li vuole infatti perfetti, vincenti e di bell’aspetto, mandandoli nelle migliori scuole e impedendo loro di giocare con bambini considerati non alla loro altezza. La competizione è il motore di tutti i loro passatempi sportivi, ma il tennis in particolare diventa quasi un’ossessione con allenamenti costanti 7 giorni su 7.

E’ Lyle, essendo il figlio maggiore, a soffrire di più per le prepotenze di José, che spesso e volentieri lo mortifica e lo deride. Crescendo, il controllo di José diventa asfissiante. Sono gli anni dell’adolescenza e ai due fratelli è impedito vivere liberamente le amicizie e i primi amori a causa di quel padre troppo oppressivo. Probabilmente come atto di ribellione, i giovani iniziano quindi a frequentare amicizie sbagliate e a compiere furti nelle ville nei dintorni. Quando vengono denunciati, Josè costringe Erik, che è minorenne, a prendersi la responsabilità dell’accaduto e a frequentare uno psicologo, il Dr. Jerome Oziel.

Con il passaggio al college di Lyle, le cose non fanno che peggiorare: il ragazzo ha infatti fatto domanda a Princeton, ma riesce ad entrare solo al secondo tentativo, deludendo il padre, che lo aveva “addestrato” per anni all’eccellenza. Durante il primo semestre poi, Lyle copia un compito e per questo viene sospeso un anno intero.

Il giovane è quindi costretto a tornare a vivere con la propria famiglia, sotto il costante sguardo di disapprovazione del padre. José infatti è talmente deluso dall’arroganza e dall’incapacità di entrambi i figli da aver deciso di rimuoverli dal testamento nell’ultimo tentativo di smuoverli dalla loro apatia.

La sera del 20 agosto 1989, Lyle ed Erik escono per andare al cinema, salvo poi rientrare dopo poco per recuperare i documenti che avevano dimenticato. E’ proprio al loro rientro che trovano i cadaveri dei genitori crivellati di colpi da arma da fuoco.

La Polizia pensa subito ad un delitto di mafia, poiché i colpi sparati alle ginocchia sono uno dei marchi dei delitti mafiosi, ma anche perché José aveva contatti con esponenti del crimine organizzato.

I fratelli, sotto shock, non vengono nemmeno presi in considerazione nelle indagini e possono quindi godersi l’immenso patrimonio dei genitori. Assumono persino un tecnico per eliminare dal pc di Kitty l’ultima versione del testamento in cui venivano esclusi dall’eredità e passano 6 mesi tra vacanze, feste, acquisti di lusso, spendendo circa 700.000 dollari.

La Polizia finalmente si insospettisce e arriva a scoprire che quelle armi utilizzate contro José e Kitty erano state acquistate proprio dai loro figli, appena due giorni prima della strage. Rintracciano persino il tecnico informatico assunto dai fratelli, ma non gli riesce di ottenere una confessione.

Ci riesce però il Dr. Oziel, lo psicologo di Erik. Il ragazzo confessa tutto: le armi comprate, i vestiti puliti che si erano preparati in precedenza e la scusa del cinema da utilizzare come alibi. Gli racconta anche di non essere riuscito ad uccidere Kitty, ma che Lyle non si era fatto scrupoli a spararle al viso. Da quel momento il Dr. Oziel registra ogni seduta e avvisa anche la sua segretaria, che è anche la sua amante, di restare in allerta per paura di una ritorsione dei fratelli Menendez.

E’ proprio la donna, vittima a sua volta degli atteggiamenti violenti del Dr. Oziel, a denunciare tutto alla Polizia, che finalmente dispone di una confessione registrata.

Al processo i due fratelli si presentano eleganti e spavaldi, sghignazzando di fronte al giudice e trattenendo a stento le risate quando si proclamano innocenti.

A causa delle registrazioni del Dr. Oziel tuttavia, i ragazzi non possono più fingere di essere estranei alla strage e, nel luglio del 1993, cambiano versione iniziando a dichiarare di aver ucciso i genitori per legittima difesa, dopo numerosi abusi mentali, fisici e sessuali da parte del padre e una vita di indifferenza da parte della madre, che non li ha mai difesi pur sapendo tutto.

Le testimonianze sono particolarmente dettagliate e paiono sincere, ma resta da capire come mai i due fratelli non abbiano mai parlato di questi abusi al Dr. Oziel, quando raccontavano i dettagli dell’omicidio dei genitori o durante le normali sedute di analisi, o a nessun altro, lasciando molti dubbi sulla loro veridicità.

Il passo falso che condanna i fratelli è però un altro: i due sostengono infatti di aver acquistato le armi tre anni prima del fatto, per difendersi da un eventuale scatto d’ira del padre violento, ma l’accusa riesce a provare che il negozio non era aperto al momento dichiarato dai ragazzi e dimostra così che Lyle ed Erik sono dei bugiardi patologici. I fratelli Menendez sono dunque giudicati colpevoli di omicidio e condannati all’ergastolo.

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