L’assassinio di Elisabetta d’Assia

Durante la rivoluzione russa furono molte le teste coronate a cadere sotto i colpi dei rivoluzionari.

I più famosi sono ovviamente i Romanov, la cui famiglia venne assassinata completamente comprese le ragazze, il giovanissimo erede, la servitù e persino i cagnolini, ma è degna della FASCIA DARK anche l’esecuzione di Elisabetta d’Assia, sorella di Alice (poi Alessandra, ultima zarina di Russia).

Nipote della Regina Vittoria e considerata una delle donne più belle del suo tempo, la giovane Elisabetta sceglie tra tutti i suoi pretendenti il granduca russo Sergej.

E’ uno splendido matrimonio d’amore che, anche se non coronato dalla nascita di un erede, dura fino all’assassinio del granduca da parte di un socialista rivoluzionario nel 1905.

L’omicidio viene eseguito tramite una bomba e, al suo arrivo, alla donna non rimane che passare ore ed ore a raccogliere i resti del suo adorato marito, scossa dai singhiozzi, ma senza mai versare una lacrima.

Elisabetta e il marito

Straziata dal dolore, Elisabetta indossa il lutto, diventa vegetariana, vende tutti i suoi preziosissimi gioielli (compreso l’anello nuziale) e con i proventi apre nel 1909 un convento di suore del quale assume la direzione. Molte sono le opere di bene compiute da Elisabetta e dalle sue sorelle tra i bassifondi di Mosca. La donna rifugge la visibilità del suo status sociale e passa ogni giorno tra i più bisognosi. Esce solo per tentare di far ragionare la sorella, cercando di metterla in guardia da Rasputin e dalla sempre sua maggiore influenza, pur con scarsissimi risultati.

Per anni Elisabetta serve i poveri, gli orfani e i malati finché non scoppia la prima guerra mondiale portando con sé i venti della rivoluzione. Il kaiser, prima pretendente e in seguito grande ammiratore di Elisabetta, le propone un corridoio per scappare dal paese, ma la donna non si sente più tedesca e nemmeno nobile, per cui non teme per la sua vita, che ha ormai consacrato ai più deboli.

Il suo nome è tuttavia troppo pesante nel panorama russo e nel 1918 Lenin ne ordina l’arresto. La donna si unisce così ad altri prigionieri in esilio, o almeno fino al 17 luglio.

Quella notte i prigionieri vengono svegliati e condotti su carri lungo una strada che porta al villaggio di Siniachikha, a circa 18 chilometri da Alapaevsk dove sorge una miniera di ferro abbandonata con una fossa profonda 20 metri. Contemporaneamente, ad Ekaterimburg, la sorella di Elisabetta, Alice, viene massacrata a colpi di baionetta insieme alla sua famiglia e ad alcuni fidati membri della servitù. Ma questo Elisabetta non lo sa e si imbarca sui carri insieme ai suoi compagni.

La miniera dove vennero gettate le vittime

Giunti sul luogo, gli uomini della Čeka percuotono a bastonate tutti i prigionieri e li gettano agonizzanti nella fossa, seguiti da delle bombe a mano.
Secondo il racconto personale di Vasily Ryabov, uno degli assassini, Elisabetta e gli altri sopravvivono però alla caduta, costringendo Ryabov a lanciare una granata dietro di loro. In seguito all’esplosione, ha affermato di aver sentito Elisabetta e gli altri cantare un inno ortodosso dal fondo del pozzo. A quel punto si decide di lanciare una seconda granata, ma il canto non accenna a fermarsi. Alla fine viene gettato anche del legname a cui viene appiccato il fuoco. Quando l’8 ottobre 1918, i soldati dell’Armata Bianca zarista scoprono i resti di Elisabetta e dei suoi compagni, trovano i corpi in condizioni relativamente buone e possono così eseguire alcune autopsie. Viene appurato che la maggior parte delle vittime sia morta lentamente a causa di ferite o di fame, piuttosto che a causa del successivo incendio. Elisabetta sicuramente è deceduta per le ferite subite nella sua caduta nella miniera, ma prima della sua morte aveva ancora trovato la forza di fasciare la testa di uno dei suoi compagni morenti in un ultimo, disperato gesto di carità. 
Lenin, tre mesi prima, aveva accolto con gioia la notizia della morte di Elisabetta, affermando che “la virtù con la corona è un nemico più grande per la rivoluzione che un centinaio di zar tiranni”.

I corpi delle vittime recuperati dai soldati zaristi
Il corpo di Elisabetta
Il corpo di Varvara. Una suora innocente che scelse di accompagnare Elisabetta al suo arresto
Il corpo del principe Vladimir Paley
Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su whatsapp