Il disastro aereo delle Ande

Il 23 dicembre 1972 vengono ritrovati i 15 superstiti del Disastro Aereo delle Ande.
Il Disastro Aereo delle Ande divenne tristemente famoso non tanto per l’incidente in cui un aereo precipitò appunto sulle Ande, quanto per i tragici avvenimenti che ne conseguirono. 
Occorre innanzitutto sottolineare come, durante l’incidente avvenuto il 13 ottobre, l’aereo colpì la cima di una montagna con l’ala destra, che nell’urto si staccò e ruotando tagliò la coda del velivolo, all’altezza della cambusa impedendo così al mezzo di fungere da riparo completo contro il freddo nei giorni seguenti. Delle 45 persone a bordo, 12 morirono nell’impatto, ma era per i sopravvissuti che stavano arrivando i momenti peggiori. 
Alcuni di essi avevano infatti gambe rotte e ferite di vario genere senza dimenticare che nessuno disponeva di vestiti adatti per resistere alle basse temperature della montagna. L’unico rimedio per gli arti fratturati fu quello di metterli temporaneamente nella neve, per alleviare il dolore e limitare il gonfiore. La sera la temperatura poteva scendere anche a -30 e, come detto prima, l’aereo non offriva un riparo totale, per cui si doveva erigere ogni volta una precaria barriera di valigie per riparare al meglio lo squarcio della fusoliera.


Ovviamente, il problema principale fu il cibo e l’acqua: nei primi giorni i pasti dei sopravvissuti consistevano in un sorso di vino versato in un tappo di deodorante e un assaggio di marmellata per pranzo e un quadratino di cioccolato per cena. Ben presto però le riserve di cibo, che consistevano nelle compere che i passeggeri avevano fatto all’aeroporto prima di partire, finirono e per i sopravvissuti si pose un grandissimo dilemma etico: sopravvivere mangiando i cadaveri degli altri passeggeri o morire di fame. 
Non fu una decisione facile, né immediata con una discussione che proseguì dalla mattina fino al pomeriggio inoltrato, dibattendo tra questioni morali, religiose e laiche, fino a quando alcuni di loro riuscirono a reprimere la ripugnanza e a sormontare un tabù primitivo. 
Come se le condizioni non fossero già tragiche, la notte del 29 ottobre una valanga travolse la fusoliera dove dormiva il gruppo, uccidendo altre 8 persone. A quel punto si ebbero tre giorni infernali: i superstiti dovettero rimanere all’interno della fusoliera quasi piena di neve costretti a muoversi pochissimo, dormire quasi in piedi, a fare i bisogni fisiologici sul posto e a nutrirsi con i corpi dei compagni morti nella valanga. 

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Al quarto giorno, al termine della tormenta, fu di nuovo possibile uscire e si rafforzò l’idea di dover organizzare una spedizione verso il Cile in cerca di soccorsi. Grazie a questa spedizione fu ritrovata la coda dell’aereo con all’interno abiti, medicinali, cibo e sicuramente speranza. Importantissimo sottolineare come tutti i sopravvissuti si divisero equamente del carico di lavoro e si sostennero a vicenda impedendo anche ai più demoralizzati di lasciarsi andare a morte certa.
Il 12 dicembre 1972, tre persone partirono infine nella spedizione finale che avrebbe dovuto realmente portarli dai soccorsi. In tre giorni raggiunsero la cima della montagna per rendersi così conto che tutte le spedizioni precedenti erano state studiate su una piano geografico totalmente sbagliato (avevano intuito una posizione differente da quella reale in cui si trovavano). Dalla cima proseguirono solo in due che camminarono per ben 7 giorni prima di incontrare qualcuno. 
Il 23 dicembre si partì quindi in elicottero per andare a riprendere i sopravvissuti del disastro aereo. Non fu possibile portare in salvo tutti i sedici sopravvissuti ragion per cui alcuni alpinisti e un infermiere rimasero sul posto fino alla mattina seguente, quando vennero tutti raccolti da una seconda spedizione di soccorso. Vennero tutti ricoverati in ospedale con sintomi di insufficienza respiratoria da alta montagna, disidratazione, traumi e malnutrizione, ma si trovavano comunque in condizioni di salute migliori di quanto si sarebbe potuto prevedere, nonostante alcuni avessero perso fino a 40 kg. I sopravvissuti sono ritornati più volte sul luogo della loro disavventura, che è diventato meta di escursioni (con partenza dall’Argentina) da parte di curiosi, affascinati da un’avventura che ha pochi precedenti.

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