Il mistero della morte di Marilyn Monroe

Sono le 3:30 del mattino a Los Angeles, quando Eunice Murray chiama lo psichiatra Ralph Greenson d’urgenza. La governante ha infatti notato la luce accesa nella camera della sua datrice di lavoro, ma questa non risponde alle sue chiamate mettendola in allerta. Anche Greenson è particolarmente preoccupato perché la padrona di casa è niente meno che Marilyn Monroe, in cura presso di lui.

Quando Greenson arriva alla villa dell’attrice è però troppo tardi: nuda e con le iconiche gocce di Chanel N°5 usate come pigiama, Marilyn Monroe viene ritrovata morta nella sua stanza il 6 agosto 1962.

L’FBI archivia rapidamente il caso come probabile suicidio, per l’ingestione di una massiccia dose di barbiturici che Marilyn usava abitualmente per dormire, ma sono davvero in tanti a dubitare della versione ufficiale.

Prima di tutto, Marilyn ha intessuto diverse relazioni con uomini di potere comprese quella con il presidente John Kennedy e, successivamente quella con il fratello di lui, Bob: dei partner decisamente scomodi soprattutto se già sposati e più attaccati alla carriera politica che all’attrice, della quale, per altro, non sono in alcun modo innamorati.

Marilyn al contrario, non desidera che l’amore e una famiglia, ragion per cui non riesce proprio a staccarsi dai Kennedy. John è così disperato da spingere letteralmente il fratello Bob nelle braccia di lei, rendendogli però di conseguenza impossibile liberarsi della donna che lo chiama continuamente, minacciando di rivelare alla stampa la loro relazione.

Si inizia quindi a pensare al coinvolgimento dei servizi segreti, forse intervenuti per liberarsi di una figura politicamente scomoda come quella di Marilyn o addirittura della mafia, che pare abbia appoggiato i Kennedy nella loro scalata politica, ma che sia rimasta insoddisfatta a causa di alcune promesse mai mantenute.

A suscitare così tanti dubbi sono diversi fattori: il corpo di Marilyn ad esempio viene ritrovato mentre giace scomposto nel letto, con una mano sulla cornetta del telefono segno di un’ultima disperata chiamata di cui non si conoscerà mai l’interlocutore; o come il referto dell’autopsia che non spiega come l’attrice abbia nel sangue una concentrazione di barbiturici pari a 47 capsule di Nembutal, senza nessun residuo rilevante nello stomaco; o le scrupolose pulizie fatte dalla governante di casa (che stava effettuando gli ultimi giorni di servizio poiché licenziata) che di fatto cancellano qualsiasi potenziale prova o infine i lividi ritrovati sul corpo dell’attrice all’altezza dell’anca e sulla schiena. Dalla scena della morte scompaiono inoltre alcuni oggetti, come il diario dell’attrice e successivamente compare una testimonianza secondo la quale Bob Kennedy avrebbe fatto visita a Marilyn poche ore prima della sua morte proprio per chiederle questo diario, alimentando sempre più le ipotesi di un omicidio politico.

Tra le varie teorie: l’omicidio di Marilyn ad opera della mafia che con la sua morte vuole mettere in luce la sua relazione con Bob Kennedy per screditarlo. Per ucciderla, dei sicari mafiosi si sarebbero serviti di una supposta avvelenata che non avrebbe così lasciato la tipica traccia di un ago per le iniezioni.

Una seconda teoria, supportata per giunta da alcune testimonianza oculari, sostiene che un paio di medici sia in realtà arrivato in tempo per salvare una Marilyn in semicoma. Una volta rianimata però, un medico non meglio identificato le pratica un’iniezione al cuore spezzandole una costola ed uccidendola.

Degna di nota anche la testimonianza proprio di Greenson che confessa di aver infranto il vetro della finestra della camera da letto per entrare nella stanza della donna, chiusa a chiave, ma i residui dei frammenti di vetro infranto sono in realtà ritrovati all’esterno della villa e non nella camera, suggerendo che la finestra fosse stata invece rotta dall’interno.

Probabilmente non sapremo mai cosa sia realmente accaduto durante le ultime ore di Marilyn Monroe e tutto quel che è certo ad oggi, è che Marilyn è morta come è vissuta: da sola, nel disperato tentativo di essere amata da qualcuno con cui costruirsi una famiglia, ovvero di raggiungere ciò che non aveva mai avuto durante la sua infanzia infelice.

 

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