Il rapimento di Charles Augustus Lindbergh, Jr.

Sono le 8 di sera del 1 marzo 1932 quando la governante della famiglia Lindbergh mette a dormire nella sua culla il piccolo Charles Augustus Lindbergh Jr., il primogenito del famoso aviatore Charles Lindbergh.

Una serata come tante, con il piccolo che dorme nella sua cameretta e il padre che legge tranquillo nella biblioteca adiacente. La vicinanza con la stanza del bambino, permette a Charles di sentire un rumore alle 21:30, ma pensando a un oggetto caduto in cucina, non se ne preoccupa.
Sono ormai le 22:00 quando la governante rientra nella camera del piccolo trovandola vuota e con le finestre spalancate. Sul davanzale, una busta chiusa indirizzata a Charles.
Viene chiamata subito la polizia che riesce a trovare solo una traccia di un pneumatico e una scala a pioli in legno rotta in tre pezzi, nascosta in un cespuglio nelle vicinanze.
Quando nemmeno l’esperto di impronte digitali riesce a trovare qualche traccia utile alle indagini, si passa all’apertura della busta: all’interno vi è una richiesta di riscatto, scritta con un pessimo inglese e firmata con uno strano simbolo, composto da alcuni cerchi, punti e buchi sulla carta.
Il caso suscita subito un enorme clamore e persino criminali come Al Capone, offrono il loro aiuto a Lindbergh, mentre si offre una cifra di 75.000 dollari a chi riuscirà a trovare il bambino sano e salvo.
Nei giorni seguenti arrivano nuove lettere spedite dalla zona di Brooklyn dove si chiede un aumento del riscatto e dove compare per la prima volta la sigla B.H. come firma.
A questo punto della storia c’è però una svolta: un insegnante di nome John F. Condon viene autorizzato dal rapitore a fare da mediatore tra lui e i Lindbergh.


Ne segue un fitto scambio di comunicazioni che si concludono con un incontro in un cimitero. Lì il rapitore dichiara di lavorare con una banda, che il bambino è vivo e che presto manderà un pezzo del suo pigiama come prova delle sue parole.
Il 16 marzo 1932, Condon riceve effettivamente un pacco contenente il pigiama del piccolo Lindbergh e viene pertanto autorizzato a consegnare il riscatto ai rapitori.
La somma di denaro del riscatto venne composta con soli certificati aurei, un tipo di banconota destinato a essere ritirato dalla circolazione a medio/breve termine, nella speranza che il rapitore possa poi tradirsi effettuando grossi pagamenti o cambivaluta con tale tipo di cartamoneta.
La notte dell’incontro, il rapitore prende 50.000 dollari di riscatto e lascia un biglietto al maestro dove si rileva che il bambino è  tenuto da due donne “innocenti” su una barca chiamata Nelly, ormeggiata nel porto dell’isola di Martha’s Vineyard, nel Massachusetts. Appresa la notizia, Lindbergh parte immediatamente, ma arrivato al porto, scopre disperato che non c’è nessuna barca di nome Nelly ormeggiata lì.
Passano alcuni mesi, finchè un camionista non ritrova il corpo di un bambino in avanzato stato di decomposizione, in un boschetto a pochi km dall’abitazione di Lindbergh.
E’ proprio Lindbergh a riconoscere il corpo del figlioletto rapito, ma la tragica scoperta non mette la parola fine alla vicenda.
Si decide infatti di seguire la pista del tracciamento del riscatto per ritrovare il rapitore, grazie anche all’ordine del presidente Roosevelt di ritirare dalla circolazione i certificati aurei. Effettivamente, pochi giorni prima della scadenza, un uomo cambia una mazzetta di certificati provenienti dal riscatto per un valore di 2.980 dollari, ma alla banca vengono dati nome e indirizzo falsi, ragion per cui non si riesce in nessun modo a rintracciare il rapitore. 
Per trenta, lunghi mesi, gli investigatori seguono la pista dei certificati fino ad arrivare ad un benzinaio.


L’uomo è infatti stato pagato con un buono corrispondente a 10 dollari e, sospettando di trovarsi di fronte ad un falsario, ha segnato la targa del cliente. 
Si ha finalmente un nome: un carpentiere di origine tedesca, tale Bruno Hauptmann. Bruno ovviamente si dichiara innocente, ma in seguito ad una perquisizione, viene ritrovata nella sua cantina una cassetta contenente dei certificati provenienti dal riscatto per un valore di 14.000 dollari.
Hauptmann giustifica quel denaro come un regalo di un socio morto in Germania, ma quando si passa a perquisire la casa, gli investigatori trovano altre prove che paiono incastrarlo senza alcun’ombra di dubbio: un taccuino con gli schizzi di una scala a pioli simile a quella rinvenuta a casa Lindbergh nel 1932, il numero di telefono di John Condon e il suo indirizzo, scritti sulla porta del bagno, un pezzo di legno che viene rapidamente identificato come sicuramente appartenente alla scala a pioli. Come ulteriore prova, viene identificata la scrittura di Bruno con quella delle lettere lasciate dal rapitore e persino Condon afferma di riconoscere in lui la figura che aveva incontrato durante i loro meeting notturni. Da successive indagini, si scopre inoltre che Haputmann era assente dal lavoro il giorno del pagamento del riscatto e si era licenziato due giorni dopo continuando a vivere una vita relativamente agiata pur senza un impiego.
La difesa reputa tuttavia tutte queste prove circostanziali poiché nessun testimone attendibile colloca Hauptmann sulla scena del crimine (uno di loro è un uomo legalmente cieco che però afferma di averlo visto in prossimità della casa di Lindbergh), né le sue impronte digitali sono state trovate sulla scala, sulle richieste di riscatto o su qualsiasi punto della stanza della vittima.
Al processo, divenuto un vero e proprio evento mediatico, Hauptmann viene giudicato colpevole e condannato a morte. Per tutto il resto della sua vita, Bruno si proclama innocente, rifiutando di ammettere la sua colpevolezza in cambio di grosse somme di denaro e persino in cambio della promessa del carcere a vita invece della pena di morte.


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