L’esperimento carcerario di Stanford

Nel 1971, presso la prestigiosa università di Stanford, il professor Zimbardo tiene un esperimento davvero particolare con lo scopo di dare una risposta a una delle più grandi domande sugli uomini: cos’è che spinge le persone ad essere cattive?

Per prima cosa, viene riprodotto fedelmente l’ambiente di un istituto carcerario nel seminterrato e, successivamente, selezionati 24 uomini in prevalenza bianchi, di ceto medio e privi di tendenze a comportamenti devianti. Questi 24 soggetti, vengono poi divisi fra guardie e carcerati e deindividualizzati attraverso il loro vestiario: i carcerati sono costretti ad indossare ampie divise con un numero stampato sia sul petto che sulla schiena e una catena alla caviglia, mentre le guardie hanno a disposizione tute color kaki, occhiali a specchio grazie ai quali non si può guardare loro negli occhi, manganello e manette.

Il gruppo deve sottostare alle rigide regole carcerarie e il gruppo dei vigilanti ha il compito di mantenere l’ordine. Ai detenuti e fra di loro, ci si deve rivolgere solo con il numero cucito sulla divisa.

Nonostante sia chiaro a tutti che si tratta solo di un esperimento e che i ruoli da loro interpretati sono pura finzione, dopo appena due giorni di simulazione iniziano alcuni episodi di violenza e prepotenza da parte delle guardie che prendono alcune iniziative come costringere i carcerati ad espletare i loro bisogni in dei secchi o a pulire le latrine a mani nude.

D’altra parte, il gruppo dei carcerati avvia un tentativo di vera evasione che a stento viene soppresso dalle guardie e dallo stesso professor Zimbardo. In seguito a questa ribellione, i carcerieri intensificano il loro comportamento violento inibendo completamente i prigionieri.

Dopo appena cinque giorni, le guardie hanno il controllo totale che esercitano con continui atti di forza su un gruppo di detenuti sempre più docile e passivo.

Le conclusioni sono più che soddisfacenti per il professore: l’assunzione di un ruolo istituzionale impedisce di provare quei normali inibitori che normalmente regolano le nostre azioni (come pietà, vergogna, paura, etc,), mentre chi è costretto ad osservare ciecamente le regole istituzionali dell’ambiente a cui appartiene, tende ad annullare la propria individualità, uniformandosi al volere collettivo del gruppo.

Una teoria che possiamo associare anche al pensiero di Hannah Arendt ne “La banalità del male” dove si teorizza che il male non è esclusiva dei “mostri”, ma una possibilità d’azione concreta per qualsiasi normale cittadino. Una posizione di potere, una divisa, vanno spesso a legittimare un comportamento più violento annullando i normali freni inibitori che la società ci impone.

Un esempio più recente lo possiamo riscontrare in una delle esibizioni dell’artista Marina Abramovic durante la quale, ai visitatori era concesso fare ciò che più piaceva loro con il corpo della donna.

Inizialmente timidi, dopo poche ore alcuni visitatori si sono fatti più aggressivi, forti della libertà loro concessa in tutta legalità, ferendo o umiliando l’Abramovic in modi che non sarebbero mai stati tollerati dalla società.

Condividi su facebook
Condividi su google
Condividi su twitter
Condividi su whatsapp