Il misterioso incidente del passo Djatlov

 

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Tra i numerosi misteri mai risolti, uno dei più inquietanti è sicuramente quello del passo Djatlov che, tuttora privo di una soddisfacente spiegazione, affascina e inquieta chiunque ne conosca i dettagli.

Nell’inverno del 1959, dieci esperti escursionisti decidono di sfidare le pendici delle montagne per attraversare gli Urali settentrionali, partendo dal villaggio di Vizhai, con l’obiettivo di scalare il Monte Otorten.

Il gruppo è composto da otto ragazzi e due ragazze, di età compresa dai 20 ai 38 anni; tutti russi e tutti entusiasti di affrontare le sfide e le difficoltà che questa escursione in montagna sembra promettere loro. Il meteo, infatti, non è dei migliori e la temperatura oscilla tra i 25 e i 30 gradi sotto lo zero, rendendo la scalata una prova davvero impegnativa.

Il gruppo parte il 27 gennaio, ma già dopo appena un giorno, uno degli escursionisti si ferma a causa dei reumatismi di cui soffre e torna indietro. Sarà l’unico sopravvissuto.

I restanti nove componenti continuano verso la meta: la cima del monte Otorten, conosciuto anche come il ‘monte della morte’.

Dopo alcuni giorni di salita, il gruppo decide di realizzare un campo base dove passare la notte. Il meteo è infatti peggiorato ancora, ma la decisione è di accamparsi sul posto invece di indietreggiare verso la foresta, che potrebbe offrire un riparo maggiore. Viene scattata anche una foto dove cinque di loro stanno riorganizzando le attrezzature. Una foto tranquilla di un gruppo stanco, ma felice e che non dà preavviso della tragedia che accadrà quella notte.

Da quel momento, passano diversi giorni, ma non si hanno più notizie dal manipolo di escursionisti.

Il 20 febbraio partono quindi le operazioni di soccorso. Nonostante gli sforzi, il solo corpo volontario non riesce a rintracciare il gruppo disperso, ragion per cui si decide mobilitare persino l’esercito.

Si riesce a ritrovare la tenda solo il 26 febbraio, dopo 6 giorni di ricerche serrate, ma lo spettacolo che si presenta davanti ai soccorritori è davvero preoccupante: la tenda è stata infatti lacerata in più punti e giace ormai semi sepolta dalla neve, mentre tutta l’attrezzatura e gli scarponi sono stati abbandonati all’interno. Sotto un albero distante qualche decina di metri, vengono ritrovati i primi due cadaveri, vestiti solo con la biancheria. E’ evidente che per i due escursionisti, la morte sia giunta per ipotermia.

Ad un’analisi più approfondita, si nota che la tenda è stata tagliata con delle coltellate dall’interno. Sembra che qualcosa, durante la notte abbia spinto i ragazzi a lacerarla, scappare fuori nella neve, senza scarpe e indumenti nonostante i 30° sotto zero, fermarsi nei pressi di un albero e tentare disperatamente di accendere un fuoco per non morire assiderati.

Altri tre corpi, ugualmente svestiti, vengono trovati nel tratto che divide l’albero dalla tenda, la loro disposizione fa intendere che siano probabilmente morti mentre cercavano di rientrare al campo.

I restanti quattro escursionisti non vengono rintracciati se non il 4 maggio sul fondo di una gola scavata da un torrente. Qui emergono nuovi macabri e inspiegabili dettagli: due di loro hanno il torace fracassato da «una irresistibile forza sconosciuta» non umana, simile all’impatto di un incidente automobilistico, la ragazza ha la lingua mozzata, le manca parte della mascella e non ha più gli occhi. I quattro hanno i pochi indumenti, bruciati e sbrindellati, che sono stati in grado di levare ai cadaveri dei compagni.

Nonostante alcuni dettagli siano scientificamente spiegabili, restano molti punti oscuri come l’altissimo livello di radioattività presente sui pochi abiti dei ragazzi, impossibile da giustificare in una zona così incontaminata, o la stranissima abbronzatura che tutti i corpi mostrano. Inoltre un altro gruppo di escursionisti che si trovava a 50 km di distanza dal luogo dell’accaduto afferma di aver visto delle ‘palle di fuoco’ attraversare il cielo quella notte in direzione dell’accampamento. Sviluppando il rullino della macchina fotografica in dotazione al gruppo, si nota effettivamente qualcosa di simile a questi fenomeni luminosi, ma potrebbe trattarsi solo di un effetto ottico.

La mancanza di testimonianze oculari ha provocato nel tempo la nascita di molte congetture in merito alle cause dell’evento.

La prima è che il gruppo sia stato attaccato da una tribù locale con l’intento di sottrarre loro l’attrezzatura, ma intorno alla zona non vengono rinvenute altre tracce se non quelle delle vittime. Inoltre vengono ritrovati tutti gli oggetti portati per l’escursione e le lesioni riportate dai corpi sono troppo violente per essere state inferte da altri esseri umani.

Una seconda ipotesi è quella di una valanga: sorpresi nella notte, il gruppo è uscito precipitosamente dalla tenda per poi morire di ipotermia mentre alcuni hanno cercato di accendere un fuoco ed altri di tornare indietro per recuperare i loro oggetti. Ma anche in questo caso non ci sono tracce di valanghe e nessun albero della zona è stato abbattuto. I corpi poi sono stati ritrovati ricoperti da uno strato di neve di soli pochi centimetri.

Una terza ipotesi suggerisce che il fornello da campo abbia preso fuoco facendo fuggire il gruppo dalla tenda. Eppure il fornello è ancora impacchettato, abbandonato sotto i resti dell’accampamento.

Alcuni suggeriscono che sia stata l’ipotermia a causare la follia generale del gruppo che, confondendo i primi sintomi del congelamento con la sensazione di bruciore provocata da un’esposizione a fonti di calore, ha provveduto a spogliarsi in mezzo alla tormenta.

Altri invece iniziano a pensare addirittura all’effetto Karman (un’onda sonora non percepibile dall’orecchio umano, provocata dalla tempesta e capace di scatenare attacchi di panico) o ad un test militare con lancio di mine.

 

Quest’ultima teoria pare la più coerente: un lancio aereo di mine programmate per esplodere pochi metri prima di schiantarsi al suolo. Si potrebbero spiegare le strane sfere infuocate viste dai testimoni, la fuga disordinata degli escursionisti e le lesioni di alcuni di loro. Nonostante sia l’unica spiegazione possibile, è però improbabile che siano stati svolti dei test di notte, quando non ci sarebbero state le condizioni per monitorare i risultati. Inoltre le zone circostanti non mostrano segni di esplosioni o i resti dei congegni, senza dimenticare che questa teoria non fornisce risposte in merito alla radioattività del posto.

Dopo l’incidente la zona viene interdetta per tre anni agli sciatori e a chiunque altro avventuroso. Lo svolgimento dei fatti resta tuttora non chiaro anche per l’assenza di sopravvissuti.

Al passo sarà dato il nome del capo della spedizione, Djatlov, in ricordo della tragedia.

Nell’aprile 2018 emerge un nuovo dettaglio che infittisce ulteriormente il mistero: i resti di uno degli escursionisti, Semyon Zolotarev, di 38 anni, sono riesumati su iniziativa di alcuni giornalisti ed il suo DNA viene confrontato con quello dei parenti ancora viventi. I risultati non possono che confondere gli inquirenti poiché dai risultati non emerge alcun legame di parentela.

Il  4 febbraio 2019, le autorità decidono infine di riaprire le indagini su questo mistero. Il caso è dunque ancora aperto.

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