Lorenzo Perrone

«Ma Lorenzo era un uomo; la sua umanità era pura e incontaminata, egli era al di fuori di questo mondo di negazione. Grazie a Lorenzo mi è accaduto di non dimenticare di essere io stesso un uomo».
Così Primo Levi descriveva Lorenzo Perrone, un operaio piemontese trovato per caso in Polonia con cui instaurò un importante legame di amicizia.
A suo rischio e pericolo infatti, Lorenzo iniziò da quel momento fino a dicembre del 1944 a portare a Primo del cibo che sottraeva dalla sua razione, gli fornì una veste per proteggersi dal freddo e si premurò di spedire una cartolina a sua madre, oltre a recapitargli in lager anche la sua risposta.
Nonostante aiutasse anche altri prigionieri nel campo, Lorenzo ne parlò solo una volta a Primo, sostenendo che fare del bene non era una cosa di cui vantarsi.
Grazie a lui Primo ritrovò la forza per resistere, la speranza contro la disperazione del lager, come ricorda nella sua opera: «..io credo che proprio a Lorenzo debbo di essere vivo oggi; e non tanto per il suo aiuto materiale, quanto per avermi costantemente rammentato, con la sua presenza, con il suo modo così piano e facile di essere buono, che ancora esisteva un mondo giusto al di fuori del nostro, qualcosa e qualcuno di ancora puro e intero, di non corrotto e non selvaggio, estraneo all’odio e alla paura».
Tornato libero, Primo ritroverà Lorenzo proprio nella comune regione del Piemonte continuando così da uomini liberi la loro amicizia.
Alla morte di Lorenzo, consumato dalla tubercolosi aggravata dall’alcolismo (dovuto agli orrori visti durante gli anni di lavoro in prossimità del lager) Primo darà il suo nome ai suoi figli: Lisa Lorenza e Renzo. 

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